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Terremoto: Ricerche E Ricostruzioni Tra L’amianto

Terremoto: ricerche e ricostruzioni tra l’amianto

Dopo il sisma del 24 agosto che ha colpito le aree del Centro Italia immediati sono stati gli interventi di ricerca superstiti, di approntamento campi provvisori d’emergenza, di preparazione campi d’accoglienza alle popolazioni per il tempo necessario alle opere di bonifica e di ricostruzione.

Si deve quindi pensare anche ai rischi ai quali gli addetti ai lavori (volontari e non) sono esposti, così pure le popolazioni stesse durante il periodo di lavorazioni.
Un rischio di cui poco si parla è quello legato alla presenza dell’amianto.
L’amianto, materiale ampiamente diffuso tra gli anni 40 e 80 soprattutto nell’edilizia e nei comparti affini al cui pericolo erano esposti, in primo luogo, tutti coloro che lo hanno usato come materia prima o per coibentazioni di ogni genere e, a seguire, quelli che abitavano nelle aree vicine agli stabilimenti di produzione e lavorazione, sarà stato anche presente nelle zone colpite dal sisma, nelle case, sui tetti, nelle scuole, all’interno di vani tecnici quali caldaie?
Tetti, comignoli, tubazioni, rivestimenti, piastrelle, pavimenti contenenti tale minerale o comunque le fibre dannose, mortali, di cui è composto saranno rovinate a terra, sollevando polveri, nubi persistenti e trasportate dal vento.
Dopo che tali manufatti sono stati sbriciolati, frantumati dall’evento calamitoso, dopo che le fibre contenute in tali materiali si sono elevate nell’aria, dopo esser state respirate dai soccorritori e dalle popolazioni esposte, ora tale materiale verrà ancora rimaneggiato per esser accatastato, frantumato, vagliato o portato a discariche per procedere con le operazioni di sgombro necessarie alla successiva fase di ricostruzione. Altre polveri verranno quindi sollevate, altre nubi saranno trasportate, altre persone saranno esposte a rischi per i quali non sono state formate e informate.
E quale difesa per l’ambiente?
Va subito precisato che, al contrario di quello che credono in molti, l’amianto non è affatto velenoso e neppure tossico perché crea pericoli di tutt’altra natura, che nascono infatti dalle dimensioni estremamente piccole delle sue fibre, che se vengono respirate, si insediano negli alveoli polmonari, dove danno origine a gravi patologie, a partire dall’asbestosi fino ad arrivare a patologie tumorali come il mesotelioma pleurico e il carcinoma polmonare.
Per la popolazione il rischio è minimo finché però i manufatti e le coibentazioni sono in buono stato; il rischio aumenta quando si deteriorano, quando si sollecitano e quindi rilasciano fibre nell’aria.
Nel caso dell’evento calamitoso quale il sisma, per i lavori di ricerca, di bonifica e ricostruzione se applichiamo la formula che sempre si spiega duranti i corsi di formazione sui rischi, sui pericoli e sui danni di

                                                                 R rischio = P probabilità x G gravità

notiamo che il risultato è molto elevato.
Allora che fare?
Ora, l’unica soluzione è agire su G gravità facendo formazione e dando dovute informazioni, dotando i lavoratori tutti, volontari e non, di DPI opportuni e stendendo procedure che possano abbassare tale valore.
Sicuramente però è un intervento legato all’urgenza perché volto all’abbassare il rischio dei soggetti esposti per le attività di ricerca e di bonifica, ma certo nulla si può invece fare per l’ambiente.
Quindi cosa fare anche per il futuro?
Applicare quello che sempre si spiega nei corsi di formazione:

                                                                            agire su P probabilità!

Come fare?
Obbligare, tramite una legge nazionale, a censire tutti i manufatti contenenti amianto, non solo friabile, tutti. A disporre, dopo censimento, un’analisi del rischio amianto attraverso applicazione di algoritmi che ne determinano l’indice di degrado. Trasmettere i dati ai Comuni e alle ASL che mapperanno le zone e monitoreranno il territorio.
Prima di tutto, valutandone il rischio, un certo numero di opere di bonifica verranno approntate; per il resto verrà redatta una mappatura che consentirà di conoscere il territorio e i pericoli in esso contenuti.
D’altronde non è così difficile, già esiste e viene applicato; infatti la Regione Lombardia ha già applicato, attraverso una legge regionale tale iniziativa. Attraverso la compilazione del modulo NA/1 contenuto nell’allegato al punto 2.2. del PRAL.
La Legge 257/1992 prevede già, all’art. 10, che le Regioni si adottino di piani di protezione dell’ambiente, di decontaminazione, di smaltimento e di bonifica ai fini della difesa dai pericoli derivanti dall’amianto. Ciò non è stato fatto ovunque invece.
Tra decenni tanti soggetti corsi ad aiutare popolazioni colpite da eventi calamitose si ammaleranno e moriranno senza forse rendersi conto che ciò è stato causato dal loro grande cuore e dal piccolo cervello di tanti amministratori pubblici.
E questo è il rischio legato alle lavorazioni.
Poi c’è il rischio grave di riutilizzo di materiale contenete amianto. L’Italia, tra il 2012 e il 2014 ha importato 1.040 tonnellate di fibre d’amianto dall’India. E non solo dall’India, perché l’Italia importa anche dagli Stati Uniti l’asbesto. Lo dice sia il report Indian Minerals Yearbook 2012 come riportato da una lettera che l’Osservatorio Nazionale per l’Amianto ha mandato al Senato.
Ma la domanda sorge quindi spontanea: perché l’Italia importa ancora amianto? A cosa serve tutto questo amianto illegalmente importato?
Si suppone che in maggioranza sia destinato al settore edile, soprattutto quello gestito dalle organizzazioni criminali, le quali sarebbero proprio loro a gestire questo traffico.
Ad attestarlo anche una recente inchiesta, quella relativa al caso di Finale Emilia, dove i magistrati stanno indagando su una ditta costruttrice in odore di ‘ndrangheta, che portava materiale contaminato d’amianto nei cantieri delle scuole costruite dopo il sisma del 2012.
Speriamo che ciò non avvenga anche nelle zone colpite dal sisma del 24 agosto.

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